Dio benedica Zemanlandia

Zdeněk Zeman da Praga è ritornato. E luce è stata. Per il Pescara, vittorioso 5-0 nei confronti del Genoa, ma soprattutto per il movimento calcistico italiano. Classe 1947, allenatore professionista dal 1979, cresciuto con il mito della Juve dello zio Vycpálek. Il tecnico boemo è il "perdente" più vincente della storia del calcio. La sua è una "storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale" per prendere in prestito una delle frasi più belle di una canzone di Fabrizio De André. Nel suo palmarès solamente tre misere promozioni e un secondo posto con la Lazio nel campionato 1994-1995. Ma, per lui non contano i trofei. Conta formare uomini, teorizzare la sofferenza con il suo immenso lavoro fisico. I gradoni, il sudore, il sacrificio, l'esser uomini prima che giocatori. Soprattutto nei confronti di chi, con tanto amore, segue la propria squadra del cuore. "Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente". Parole, proferite sempre dal Boemo, che dovrebbero farci capire, ancora una volta, come questo sia solamente un gioco, la più importante delle cose meno importanti.
Zdeněk Zeman da Praga è ritornato. E' ritornato a Pescara, dove aveva lasciato un bellissimo e dolcissimo ricordo, con la promozione dalla B alla A e la crescita del trio Verratti-Insigne-Immobile, i primi due colonne portanti dell'attuale Nazionale. Ha preso in mano una situazione difficile. complicata. Una storia sbagliata. Dopo solamente tre giorni di allenamenti, ha stravinto 5-0 contro il Genoa. Alcune reti hanno ricalcato l'idea di gioco zemaniano, la densità centrale e le rapidi verticalizzazioni in cui anche il più onesto degli attaccanti diventa fenomenale finalizzatore. E poi c'è quella scena, sul 4-0 appena realizzato dai suoi, in cui Zeman si stringe nel suo cappotto, increspa velatamente l'angolo destro della bocca. Un solco in viso, una specie di sorriso per chi, forse, in novanta minuti ha rivisto una carriera trentennale scivolargli alle spalle. Si è confrontato con tanti diversi tipi di calcio, eppure eccolo lì, impassibile e pensieroso. Una vita vissuta in direzione ostinata e contraria.
“Io senza calcio non sto bene. Fosse per me arriverei a morire in tuta, a novant'anni, all'aria aperta, a insegnare pallone a qualche ragazzo che avesse ancora voglia di starmi a sentire”. Questo è Zdeněk Zeman da Praga. L'essenza del calcio dei giorni nostri. Bentornato Maestro.
